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Dolmen

Dall’antico idioma bretone DOL (tavola) e MEN (pietra),  il Dolmen costituisce un monumento megalitico, misterioso ed arcaico che racchiude in sé millenni di storia, testimone di luci e di ombre che continuano ad alternarsi nella vita di ogni umana creatura.

Il dolmen si trova in agro di Racale in località “Ospina” .

E’ una stupenda costruzione di grosse lastre calcaree affiancate lungo un perimetro rettangolare, ricoperte da un’altra grande lastra, monolitica in origine, ora spaccata in due grandi tronconi accostati. E’ rivolto verso oriente, secondo la tipica disposizione dei monumenti megalitici che guardano tutti verso il sole, la luce, la divinità.

E’ in proprietà privata, ma facilmente raggiungibile perché non vi sono muri perimetrali che impediscono il passaggio.

Il Dolmen oggi (Cliccare sopra per ingrandire)

Menhir

Dall’antico idioma bretone MEN (pietra) HIR  (lunga) il Menhir racchiude in sé, nella maestosità del suo monolitismo, una forza tale da essere riuscito a sfidare le vicende violente del tempo e della storia, che non sono riuscite a piegarlo.

I menhir, come monumenti, sono i più semplici che si possano immaginare: una stele con le facce quasi sempre levigate, di proporzioni notevoli, specie in altezza, che saldamente piantata in terra, quasi uomo in adorazione, guarda il sole. Queste stupende realizzazioni nei secoli passati erano assai numerose nel Salento. Data la loro struttura i menhir erano fra le testimonianze megalitiche le più esposte ad una più rapida estinzione. Man mano che i terreni sono stati disboscati e coltivati essi sono stati abbattuti, soprattutto se non servivano come punto di riferimento per le divisioni delle proprietà, o non si trovavano su di un terreno impervio o comunque non utilizzabile.

L’agro di Racale e quelli dei comuni vicini, che fino a tutto il ‘700 erano in buona parte boschivi e macchiosi, hanno subito nel secolo XIX una intensa opera di trasformazione agricola, che non ci permette neanche di immaginare quali e quante tracce del passato siano state cancellate.

Qualche menhir è comunque sopravvissuto. A Castelforte si può vedere un menhir che la manomissione subita ha inserito in un contesto non suo, snaturandolo, e togliendo la possibilità di localizzarne il sito di origine. Un altro menhir è situato all’interno di un complesso agrituristico in contrada Paramonte.

Per maggiori informazioni sulla civiltà megalitica salentina contattare l'Associazione "Amici dei Menhir" con sede in Lequile via Solferino 51 tel. 0832 631704. E-mail: gliamicideimenhir@katamail.com

Il Menhir (Cliccare sopra per ingrandire)

Specchia

Misteriosa ed arcaica costruzione megalitica costituita da un insieme ordinato di grosse pietre atte a formare una rudimentale torretta. Quando i Romani la videro, osservando la loro struttura e l’ambiente in cui erano state edificate, le chiamarono”speculae”, dal verbo speculor che significa ”osservare intorno”. Da allora furono denominate specchie. I Romani, però, intuirono il loro autentico ed esclusivo uso per cui i Messapi le edificarono?

Se esse servirono per osservare eventuali violazioni del territorio da parte dei nemici invasori, esse hanno contribuito ad assegnare continuità di utilizzazione, nel corso dei secoli, all’ambiente in cui furono edificate. La Specchia di Racale ha suggerito, nel secolo da poco trascorso, la costruzione di un osservatorio della Marina Militare ormai in disuso.

La Specchia di Lido Pizzo suggerì la costruzione della Torre del Pizzo, XVI secolo.

Le Specchie furono solo posto di osservazione o anche monumenti funebri?

Chiesa Santa Maria delle Grazie (Chiesa Addolorata)

Agli inizi del 1600 il popolo volle e costruì questa chiesa appena fuori dai sobborghi dell’antica Terra, nella località denominata “Li Curti de lo Leo”, ma conosciuta ancora oggi dal popolo col nome latinizzante di “Curti Lei”.

La chiesa non era molto grande, ma aveva un tetto in conci di tufo, con ampia cupola sovrastante l’altare. Annessa alla chiesa vi era una piccola abitazione in cui prendeva posto un eremita il quale si consacrava alla Vergine e si prendeva cura della sorveglianza e della pulizia della chiesa stessa.

Nel 1721, non più sufficiente alle esigenze del momento, la chiesa fu ampliata in modo splendido, come testimonia Mons. Sanfelice, vescovo di Nardò.

Dagli inizi del 1800 il culto della Madonna delle Grazie cominciò a scemare, anche se non cessò mai del tutto. Sotto l’impulso di una rinnovata sensibilità per il culto dei Misteri della Passione di Cristo e soprattutto per devozione alla Madonna ora invocata col titolo di Addolorata, nel 1854 venne fondata presso tale chiesa la Confraternita di Maria SS. Addolorata, in cui conversero tutti i gentiluomini, benestanti ed artigiani del paese.

Il 29 Ottobre 1961 il Vescovo Mons. Corrado Ursi la elevò a chiesa parrocchiale sotto il titolo della B.V. Addolorata, dividendo in due l’accresciuta ed antica parrocchia matrice di San Giorgio.

Chiesa Santa Maria delle Grazie

Chiesa di Santa Maria De Paradiso (Chiesa San Giorgio Martire)

A volere e a costruire la chiesa di Santa Maria de Paradiso fu il popolo di Racale, tanto che l’Università ebbe sempre l’incombenza delle opere di manutenzione del sacro edificio.

Inusitato è il titolo conferito alla chiesa: SANTA MARIA DE PARADISO. Le ipotesi a questo proposito possono essere diverse e tutte ugualmente accettabili:

che si trattasse di una appropriazione locale dell’antico titolo di Santa Maria di Costantinopoli, introdotto dall’Oriente, e con cui si onorava la divina maternità della Vergine Maria;

che fosse la volgarizzazione del titolo dell’Assunzione;

che fosse un titolo integralmente coniato a livello locale con cui si intendeva venerare la Vergine Maria.

 

É interessante notare attraverso gli atti delle visite pastorali dei Vescovi di Nardò lo sviluppo a cui fu soggetto il titolo di Santa Maria de Paradiso, legato all’omonimo altare, sempre conservato nella chiesa in questione:

dal 1452 al 1675: SANTA MARIA DE PARADISO (ininterrottamente)

nel 1678: SANTA MARIA DELLE GRAZIE, “vulgo dicta” DE PARADISO

nel 1690: B.M.V. DE NIVE, “alias” DELL’ORO

nel 1714 : SANTA MARIA DE PARADISO

nel 1719: SANTA MARIA DELLE GRAZIE

nel 1738: ALTARE DI TUTTI I DEFUNTI

da quella data in poi indistintamente le due menzioni seguenti: ALTARE DELLA BEATA VERGINE DEL CARMELO - ALTARE DELLE ANIME PURGANTI.

In seguito alla traslazione in questa chiesa della parrocchia di San Giorgio il titolo della chiesa andò gradualmente scomparendo a favore del titolo parrocchiale, fino a che dalla metà del sec. XVIII in poi fu del tutto dimenticato.

Chiesa di S. Maria De Paradiso

Chiesa Madonna dei Fiumi

Ai piedi della collina “Li Specchi” sorge una chiesa, intitolata alla Madonna dei Fiumi, che la nebulosa memoria del popolo tramanda fondata dai Turchi.

Narrano, infatti, che alcuni Turchi, viaggiando per mare, s’imbatterono in una spaventosa procella, e, vistisi perduti, fecero voto che se avessero toccato terra sani e salvi, in quello stesso luogo avrebbero innalzato un tempio in onore della Vergine Maria. Così avvenne che approdarono nella baia di Torre Suda e, spintisi verso l’entroterra, ai piedi della collina edificarono questa chiesa a soddisfazione del voto fatto.

Risulta evidentemente paradossale questo racconto popolare, giacché le cronache ufficiali assicurano che, se Turchi vennero in queste contrade, vennero per˜ da predatori; e pur ammettendo un naufragio, come pensare tuttavia che dei musulmani convinti potessero aver invocato, e, comunque venerassero Colei che della fede cristiana è una delle espressioni più caratterizzanti?

Tuttavia, non si può neppure liquidare con troppa superficialità come leggenda ciò che tramanda la memoria popolare, che interpreta fatti e circostanze nella misura in cui è impressionata da essi, ma che non ha alcun interesse a mettere in piedi leggende e fantasticherie di pura invenzione. Un fondo di verità non può essere disconosciuto facilmente. Semmai, come si vedrà, ci troviamo qui in presenza della fusione, fino alla confusione, di fatti personaggi ed epoche diversi, ma sempre relazionati al momento di cui si parla.

Chiesa Madonna dei Fiumi

Ci giunge notizia che laddove oggi insiste la Chiesa della Madonna dei Fiumi, sorgeva anticamente un insediamento di monaci italo-greci i quali avevano creato un calogerato attorno ad un luogo di culto, dedicato secondo il loro costume a S. Maria di Costantinopoli. Ecco, allora, gli antichi fondatori del culto mariano venuti dal mare, come narra il racconto popolare. Infatti, tali monaci di origine greca saranno di certo appartenuti a quella schiera di religiosi fuggiaschi dall’Oriente, dove nei secoli VIII-IX imperversava la persecuzione iconoclasta fomentata dagli imperatori bizantini.

La nostra costa jonica offre facile approdo in tantissimi lidi, come Torre Suda: sicché dovette sbarcare anche qui come altrove un drappello di tali fuggiaschi e alcuni si insediarono ai piedi della collina “Li Specchi”, dove esistevano grotte ed anfratti, mentre altri penetrarono all’interno e si situarono chi sulle colline dell’entroterra e chi nelle campagne, costruendo celeberrime abbazie.

Durante recenti lavori di restauro della Chiesa della Madonna di Fiumi sono stati rinvenuti i resti del primitivo luogo di culto bizantino, affossati sotto l’attuale area presbiterale. Si tratta di un vano largo cm. 400 circa e opinabilmente profondo cm. 500 circa, interamente scavato nella roccia. Il vano ha un orientamento nord-sud, ma non lascia individuare su quale lato fosse aperto l’ingresso. É attualmente privo di copertura o perché realizzata con pietre e perciò naturalmente distrutta, o perché pur essendo scavata nella roccia fu abbattuta nella costruzione dell’attuale chiesa.

Il vano, inoltre, è stato troncato a nord e a sud quando sono state scavate nella chiesa le fosse sepolcrali, agli inizi del sec. XIX. All’interno, in posizione laterale contro il muro di ovest vi era un affresco di epoca bizantina raffigurante la Madonna di Costantinopoli, successivamente spostato due metri più in alto. La scomparsa dei monaci, avvenuta non oltre il sec. XIV, provocò la graduale distruzione dell’insediamento primitivo.

Tuttavia, sui frammenti di affresco rimasti nel sito originario ed anche sulla porzione di affresco sposta più in alto si possono leggere in graffito alcune date: 1584, 1585, 1586, 1579 ecc. e alcuni nomi di non facile decifrazione; evidentemente, benché privo di custodi, il luogo di culto rimase meta costante di pellegrini, giacché da epoca immemorabile alla Madonna dei Fiumi ricorrevano le giovani madri prive del latte materno per nutrire i propri neonati e, sovente, se ne tornavano prodigiosamente esaudite dalla Madre di tutte le madri.

L'assenza di scritture, a fresco o graffite, che potessero orientarci circa l'epoca in cui fu realizzato l'affresco, è dovuta di certo al restauro del 1572, quando, essendosi perduta la memoria del titolo originario dell'icona, evidentemente si sentì il bisogno di scriverlo in testa all'affresco.

Su questi ruderi nel 1611 l'arciprete don Pompeo De Benedittis fece innalzare una chiesa vera e propria, di discrete dimensioni, a forma quadrangolare, costruita interamente in conci di tufo locale ben squadrati.

L'icona rimase sottoposta, rispetto al piano della nuova chiesa, di tre gradini. Ai due lati sul muro di fondo, furono pitturate a fresco le immagini di S. Elia profeta e S. Leonardo abate.

Nella seconda metà del sec. XVII si ritirò presso la chiesa della Madonna dei Fiumi Mariano Lannocca, un pio giovane di Racale, desideroso di consacrarsi al culto della B.V. Maria e di condurre vita eremitica.

A lui si associarono Nicola Culiersi nel 1696, il vedovo Geronimo Reho nel 1697, Francesco Campa nel 1705, il sacerdote don Michele Rubino nel 1711 e Onofrio Pesino nel 1714, tanto che nel 1719 il vescovo di Nardò Mons. Antonio Sanfelice li costituì in Ordine Eremitico, nominando loro capo Mariano Lannocca, il quale come tale era chiamato a prestargli obbedienza nella festa di S. Gregorio Armeno, protettore della Diocesi.

Con tale drappello di compagni, frà Mariano progettò di ampliare la chiesa della Madonna dei Fiumi. Smontarono la facciata seicentesca, ed anteposero alla originaria costruzione quadrangolare un altro edificio in conci di tufo misti con pietre informi e bolo, esattamente uguale per forma e dimensioni a quello già esistente. Quindi, riostruirono la primitiva facciata, recuperando t i pezzi che nello smontaggio erano rimasti più o meno integri e, comunque, riutilizzabili.

La nuova costruzione fu completata nel 1715, come si legge sulla fronte dei capitelli del portale della chiesa. I nuovi affreschi, invece, sono datati al 19 dicembre 1718. Frà Mariano provvide, inoltre, la chiesa di tutto l'occorrente per la celebrazione della Messa e per il culto divino, riscuotendo la più grande ammirazione da parte del vescovo Sanfelice.

Nel 1718 fu affiancato alla chiesa un eremo costruito ex-novo sulla cui porta fu apposta l'epigrafe “PIORUM ELEMOSYNA 1718”.

Altri devoti si unirono alla schiera eremitica di frà Mariano: nel 1719 Vito Giosafatt Boccadamo di Acquarica del Capo; nel 1721 il vedovo Francesco Lannocca, fratello di frà Mariano; nel 1731 Giovanni Abaterusso; e poi Nicola Ventruto nel 1748, Francesco Marzo nel 1769, Giuseppe Spennato nel 1771, Ippazio Ferraro nel 1808 e Cosimo Lannocca, l'ultimo, nel 1825.

In seguito alla proibizione di inumare i defunti nelle aree urbane, nel 1828 fu sfondato il pavimento della Chiesa e furono scavate 6 fosse comuni nella navata dall'altare alla porta d'ingresso ed altre fosse ai piedi dei pilastri più vicini all'altare maggiore. Si cominci˜ a seppellire in tali fossi nel 1832 e sono state utilizzate ininterrottamente fino al primo quarto del secolo corrente, quando si è incominciato a costruire il cimitero comunale, che attualmente circonda la chiesa.

Così pure, nella stessa circostanza fu abbattuto l'eremo e sostituito con nuove costruzioni, non senza aver prima isolato la chiesa dal cimitero con la chiusura della porta che dava nell'atrio dell'eremo. Solo ultimamente è stato praticato un passaggio dalla chiesa al cimitero, con una piccola porta che si apre accanto all'affresco dell'annunciazione.

Chiesa di San Nicola Pellegrino

L’antico edificio voluto da Giordano aveva grosso modo la medesima struttura che presenta ancora oggi. Originali sono in esso il portale, impreziosito da due cunei in pietra tufacea lavorata, e sormontato da una lunetta; brevi tratti del muro della facciata; la parte inferiore destra del muro di fondo, comprendente porzione dell’antico arco absidale.

Il terremoto nel 1743 scosse la chiesetta, solidamente ricostruita, ma non provocò altri danni se non la caduta degli intonaci del muro volto a occidente (l’antica ed attuale facciata). Soppresso il beneficio nella seconda metà del 700, la chiesa ricadde gradualmente in disuso anche per l’incombente carenza di clero causata dalle leggi borboniche.

Nel 1828 essa fu acquistata dai Duchi Basurto, che ne fecero un ripostiglio di paglia ad uso del sottostante frantoio. Nella visita pastorale dello stesso anno si nota con amarezza la dicitura “È stata in quest’anno convertita in ripostiglio di paglia e quantunque piena zeppa di questa materia ed ermeticamente chiusa, è bello vedere verso la sera accostarsi le donne e genuflesse praticare le loro divozioni”.

Nel 1861 fu ivi rifusa l’antica campana della chiesa matrice e se ne ottenne una nuova del peso di dodici quintali e dell’altezza di 120 cm. Nello stesso periodo il Barone Felice Basurto vendette la chiesa ad Alessandro Caputo di Melissano, che ne fece dapprima una civile abitazione, e poi una stalla. Fu il Caputo che chiuse il portale creato dal Sanfelice e ne aprì uno nuovo, rivolto a nord, sull’attuale piazzetta. Agli inizi del nostro secolo il Caputo lasciò la chiesetta in donazione all’Arciprete don Tommaso Schito con l’obbligo di restaurarla e ristabilire il culto del Santo Pellegrino. L’Arciprete Schito, in effetti, restaurò l’antico portale, restaurò in qualche modo la chiesa e la riaprì al culto, riportandovi per la seconda volta la lapide di fondazione che insieme a quella del Sanfelice nel 1826 era stata trasferita nella sacrestia della chiesa matrice.

Chiesa di San Sebastiano

Pochi sanno che per svariate vicende la chiesa matrice di Racale non porta il titolo del Protettore del paese, San Sebastiano, tuttavia fino a circa due secoli fa è esistita una splendida chiesa dedicata a quel glorioso martire.

Situata a ridosso delle mura del Paese, nei pressi dell’attuale Via Zara, era stata voluta e costruita dal popolo intorno alla metà del 500. Il suo ingresso principale, come per molte altre chiese extraurbane, si apriva sulla via “della scecovina”, dove avrebbe ricevuto le preghiere dei passanti, ed avrebbe potuto costituire un baluardo di fede alle scorrerie dei Saraceni che quasi sempre provenivano da Ugento o da Felline.

Originariamente la chiesa aveva le pareti interne affrescate ed il tetto a capriate di legno, ricoperto di tegole.

Nel 1637 il Vicario generale della Diocesi, visitando la,ordinò di riparare il tetto, perché alcune tegole erano cadute e penetrava acqua all’interno.

Nel 1670 le riparazioni non erano ancora state effettuate per cui il tetto era marcito e minacciava di crollare.

Il sindaco del tempo Antonio Astore, incaricò un muratore del luogo, mastro Lorenzo Loria, di provvedere al rifacimento del tetto, che fu realizzato in muratura, a botte, decorato con stucchi e completato il 23 Maggio 1678. Tuttavia periodicamente altre riparazioni si rendevano necessarie e venivano effettuate, sempre a causa delle infiltrazioni di umidità.

Il 1719 il Vescovo Antonio Sanfelice, visitando la chiesa, la lodò e la reputò una delle più belle dei dintorni.

Il sipario calò su di essa col terremoto del 1743, e non si risollevò più.